Sono stati assegnati ieri notte a Los Angeles gli Oscar del 2007. Trionfa ‘The departed’ di Martin Scorsese con 4 statuette (miglior regia, film, montaggio, sceneggiatura non originale), seguito dalle 3 del ‘Labirinto del fauno’ di Guillermo Del Toro. Il regista italo-americano conquista finalmente gli Oscar, ed era l’ora. Scorsese è forse il più grande regista americano di sempre (Stanley Kubrick girò i suoi capolavori in Inghilterra), un narratore dai ritmi serrati ma estremamente fluidi con una passione europea per la tragedia ed un amore tutto americano per i personaggi bigger than life. La parabola dei suoi eroi è quella di Icaro, un volo velocissimo verso il sole, un momento di fulgore, e poi giù, a precipizio, condannati dalle proprie ossessioni. Travis Bickle, Jake la Motta, Howard Hughes: figure borderline, in cui l’elemento patologico è fuso inestricabilmente con una qualche specialità, che non riuscirà però a evitar loro la caduta. Ma parliamo del film vincente, ‘The departed’, sicuramente uno dei suoi migliori assieme a ‘Taxi driver’, ‘Casinò’ e ‘The aviator’. È la storia di due poliziotti: uno infiltrato in una gang mafiosa (Di Caprio), l’altro (Damon), corrotto, al soldo di questa stessa gang. In questo film funziona tutto: l’intreccio è appassionante, le interpretazioni efficacissime, il montaggio ritmato. Scorsese ha scelto Di Caprio per la terza volta, un sodalizio che ricorda quello con De Niro nato 30 anni prima. Si sa che sono amici, e che vedono insieme tonnellate di film (nati entrambi sotto il segno dello Scorpione sicuramente comprendono la passionalità e le manie dei loro personaggi). Di Caprio-Costigan è da applausi: intensissimo, costantemente in preda ad un tensione che padroneggia a stento, riproduce con grande bravura lo stato d’animo dell’infiltrato (più che per ‘Blood diamond’ è per questo film che Leonardo meritava la candidatura come migliore attore protagonista). Damon è antipatico a livelli indescrivibili, odiosissimo ed efficacissimo maestro della menzogna, ma neanche lui trionferà. Ma è necessario citare anche gli altri due attori, che hanno regalato una prova altrettanto straordinaria: Jack Nicholson-Frank Costello e Ray Winstone-Mr French. Nicholson è un diavolo, zuppo di sangue o incipriato dalla coca è semplicemente grandioso; Winstone, unto e barbuto, un vero duro, credibile come un delinquente preso dalla strada (è nato nei peggiori sobborghi di Londra). Quale tonalità emotiva domina in questo film? Il disincanto, e il colore è il nero. La lucidità di Scorsese è estrema. Non c’è eroe senza macchia, i ‘buoni’ perdono, la corruzione è a tutti i livelli, solo i fortissimi sopravvivono. Il film ha una forza espressiva che si manifesta in ogni suo elemento: nella musica che esplode all’improvviso, nelle parole durissime, nella violenza vista da vicino, e in ogni sequenza si respira il totale disincanto del suo autore, non il cinismo di chi giustifica la stortura insanabile dell’uomo e della società, ma la radicale voglia di verità che spinge a mostrare le cose come sono, senza edulcorarle. Questo cinema, potente e scioccante, non poteva darsi cinquant’anni fa, quando si andava a vedere un film per dimenticare le miserie del quotidiano. Il cinema deve mostrare tutto, non indietreggiare mai: questa è forza morale. L’emozione deve arrivare intatta, penetrare fino all’elsa. Scorsese ha scelto una storia che funziona, e diretto magistralmente attori in grande forma: così nasce un capolavoro. Caro Martin, queste statuette te le sei meritate.